
Vi siete mai chiesti come sarebbe potuta essere la replica di uno scrittore come Goethe o Proust, oppure di Valery ai tanti richiami entusiasti che Barthes fa loro al margine delle sue pagine? Intendo dire, come l’autore citerebbe lo studioso, in che modo potrebbe colui che è artefice di un’opera creativa citare il teorico, colui che invece di essa studia i processi di formazione e perfezionamento, le strutture ecc., poiché tale opera è oggetto della sua ricerca. Ecco allora che in questo caso specifico sarà proprio l’“artefice” dell’opera a citare, a chiamare in causa lo studioso Barthes, e non viceversa, come accade di consueto, dalle pagine di un racconto – come fa Italo Calvino nel racconto “In memoria di Roland Barthes”, scritto poco dopo la morte del semiologo francese, avvenuta il venticinque febbraio del 1980, riportando la notizia dell’incidente che lo ha sfigurato con voce partecipe, senza nascondere i propri sentimenti, e cioè la simpatia per l’uomo Barthes oltre al doveroso rispetto intellettuale - oppure dai versi di una canzone – come fa il cantautore Francesco Guccini nel brano “Via Paolo fabbri 43” che non è poeta, non è accademico, né maestro né dottore, eppure ha simpatia per Descartes, Jorge Luis Borges e per chi si occupa di strutturalismo come Roland Barthes, di chi cioè ha il viso pallido e il sorriso debole perché ha faticato nello studio, cercando di dare senso, di trovare gli argomenti giusti che sostenessero un determinato discorso -.
Questo breve saggio, presentato al Convegno Internazionale “Barthes per Roland Barthes” tenutosi a Bari dal 16 al 19 febbraio 2005, vuole essere un affettuoso tributo a uno studioso che ha portato singoli fenomeni, manifestazioni e prodotti dell’esperienza e della vita quotidiana dell’uomo a diventare oggetto della riflessione delle scienze dei linguaggi con la stessa grazia e leggerezza degli artisti di cui si è sempre occupato.