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 LA GAZZA

 IL SEGRETO DELLA MOTO GUZZI

 GIACINTO, LOU REED E IL DENTISTA

 

LA GAZZA

 Arianna De Luca

I

 

C’era una volta, non tanto tempo fa, una campagna verdissima, ma così verde che fu scelta tra migliaia d’altri campi verdeggianti come sfondo per un paio di spot pubblicitari di successo. E per fortuna o per caso, non lo so, da un giorno all’altro essa ascese alle luci della ribalta, per poi tornarsene ai suoi verdissimi sogni di sconfinata quiete all’arrivo della nuova stagione.

Qualcuno, magari, avrà già intuito che era una campagna sempreverde. Seguiva le leggi di madre natura alla lettera. Era tranquilla ma solo di giorno. Poiché all’imbrunire, quando la notte buia spargeva le falde del suo mantello nero per tutta la terra, invece di acquietarsi al fruscio dei venti tra le foglie e al bisbigliare degli animali notturni, essa improvvisamente si destava per un’altra vita. Difatti, nascosto fra le verdi dune, da un basso casolare fumava un alto comignolo. La costruzione era interamente rivestita di mattoni rossi sebbene un po’ anneriti dal fumo, e larga quanto bastava per accogliere i suoi tanti frequentatori notturni. E, dovunque si volgesse lo sguardo, neppure l’ombra di un’altro fabbricato, abitato o disabitato che fosse.

Era appunto una casa solitaria, sperduta nel verde ma non aveva per niente un’aria triste o abbandonata. Persino di giorno. La breve terrazza che introduceva all’uscio di casa era pulita, ben curata e piena di fiori variopinti. In un angolo in disparte sotto alla bassa recinzione che cingeva la veranda, giacevano più di una pila di vasi lucenti di ceramica infilati accuratamente uno dentro l’altro come bamboline russe. Sul lato est della casa più esposto alla luce del giorno, si apriva una finestra dalla cornice lignea e robusta. Sul davanzale brillava invece un piccolo diapason.

II

L’abitante del casolare sperduto nella verdissima campagna era un ometto dalla faccia tondeggiante come Charlie Brown e i capelli un po’ radi, teneramente brizzolati. La vista doveva difettargli poiché di tanto in tanto dimenticava sopra la testa un paio d’occhialetti dall’ossatura un po’ larga. In realtà è probabile che non li avesse mai indossati in qualche altra maniera. Del resto, portati così, gli conferivano l’aspetto di un artista nel pieno della sua attività creativa. Come la famosa matita appoggiata all’orecchio del matematico immerso in un universo d’altri mondi possibili, oppure come il carboncino di un pittore, con la punta più morbida e smussata Che unità di intenti!

Come non immaginarseli, infatti, tutti e tre, dopo aver tracciato di getto numerosi schizzi sul quaderno, mentre riprendono fiato e lasciano finalmente che l’orecchio e gli occhi del compositore, del matematico e del pittore misurino ogni particolare con la dovuta attenzione?

Dunque, l’uomo dalla faccetta tonda dimorava nella casa sperduta nella verdissima campagna. Era un musicista. Aveva studiato pianoforte e composizione al conservatorio. Amava la musica di Mozart ma soprattutto di Brahms, e al contempo corteggiava i ritmi neri e irresistibili di numerose bande jazz, alle prese con il ragtime degli esordi, il rock dagli interminabili assolo mozzafiato. Ma a volte si perdeva ore e ore nella magia strumentale di certe colonne sonore, per lui stravaganti e gustose, come Mission Impossible. Per farla breve, non era solo un appassionato d’ogni genere d’espressione musicale, ma la musica era il suo pane quotidiano ovvero la sua stessa vita. D’altra parte si può dire che avesse a disposizione una tavolozza musicale molto ricca su cui intingere non solo la punta del pennello, ma persino tutte le dita, il palmo e il dorso della mano! E delle sue tele c’è chi ancora sostiene che furono sempre veri e propri capolavori! Di giorno, in assoluta solitudine, egli lavorava con instancabile grinta e esuberanza a brani e partiture. Pescava e ripescava dentro vecchie e nuove emozioni, attingeva linfa dagli incontri e dalle fantasie musicali che erano appartenute alla notte trascorsa da poco, o forse alle innumerevoli altre notti che l’avevano preceduta. E, spesse volte, senza che se n’avvedesse per tempo, il dolce oblio della notte era già calato.

III

Le notti, invero, erano la parte più luminosa nella sua vita d’artista. Accadeva, infatti, che la casa sperduta nella vastissima campagna sempre verdeggiante nonostante l’oscurità stellare si popolasse di un’infinità di luccichii multicolori che tremolavano in lontananza come lucciole. La porta sulla terrazza continuava ad aprirsi ininterrottamente per ore e ore dopo che il sole era andato a coricarsi nel buio, dietro le ultime colline. Essa aspettava un momento per poi richiudersi con un sonoro tintinnio di campanelli svizzeri dietro le spalle di qualche nuovo ospite. Tutti entravano tra grandi sorrisi e urla giocose a mo’ di parola d’ordine. Una gran bella stretta di mano e via! In quattro e quattro otto piovevano sax, percussioni tra le più insolite, pifferi d’ogni formato e foggia, e poi bassi, chitarre acustiche…, insomma un vero e proprio arsenale da lavori in corso! E, in effetti, la bella casetta dai mattoni rossi diventava in breve un autentico cantiere di lavoro, come nella scena di un videoclip vecchio stampo dove il musicista è immortalato alle prese con lo strumento

Il giorno, invece, s’affacciava al riparo dalle luci e dai rumori notturni quasi col timore d’avere troppa fretta, sempre molto discreto e accorto con i sognatori. Accadeva come ad uno spettacolo al cinema o magari in un auditorium o perché no, in teatro. Era tutto calibrato. Tutto aveva un preciso significato. Per prima cosa sullo sfondo più remoto, fuoricampo, poi in lontananza iniziava a diffondersi una tenue ma vivacissima luminosità. E così via a intervalli già annunciati e precisi come la distanza tra il tuono e il fulmine, il crepuscolo mattutino scivolava danzando su rupi e verdi colli, poi avanzava filtrando tra le fronde ancor più verdi giù a valle che nascondevano allo sguardo i sentieri chiari di ciottoli e ghiaia. Infine correva a perdifiato sulla piana verdeggiante smisurata che immediatamente brillava di luce, e solo allora salutava ammiccando come con una strizzata d’occhio la nota casetta, per continuare a far piroette e passi di valzer in giro per la sonnolente superficie terrestre.

Per inciso, il cammino del giorno su questo mondo è nient’affatto improvviso e violento. Avviene con delicatezza. Solo che l’uomo destandosi al levar del sole sente d’essere incredibilmente indifeso. Escluso d’un tratto dal caldo torpore del suo sonno, ha i gesti bruschi e scomposti di chi avverte tutta la propria nudità e debolezza di fronte all’imponderabile. E non s’avverte di nulla. Quando va bene. Altrimenti impreca e sbraita perché vorrebbe rimanere lì dove si trova, contento e al sicuro, invece di dover rivedere la luce del giorno Ecco il giorno, dunque, croce e delizia d’ogni creatura.

IV

Avvenne un bel giorno che al nuovo risveglio mattutino l’ometto non fosse in verità per così dire proprio deliziato. La notte era stata più civettuola del solito e si era protratta inverosimilmente. E lui le aveva strizzato entrambi gli occhi. Se n’accorgeva solo adesso leggendo gli inequivocabili segni di stanchezza sul volto riflesso nello specchio. Due occhietti scuri ispezionavano tra le fessure semichiuse delle ciglia uno dei ritratti dell’artista meno somigliante e riconoscibile degli ultimi tempi. Con gli zigomi ancora arrossati dal tepore delle coperte, i pochi capelli arruffati come piume svolazzanti, l’immagine riflessa gli ricordava piuttosto un ragazzino poco sveglio e assonnato invece dell’uomo fatto che egli era diventato.

Auguste ne fu profondamente meravigliato. Tanto è vero che indovinò subito che doveva aspettarsi qualcosa altro in quella giornata con una simile faccia. Era come un presentimento, anche se del tutto immotivato, e gli balenò in mente proprio mentre stentava a riconoscere che quel volto stanco e quello stomaco in preda ai crampi, ricordo dei bagordi notturni, erano proprio i suoi. In principio aveva guardato quasi per abitudine. Ma più cercava di schiudere il suo sguardo su quel viso tondeggiante più restava indifferente. Quasi alla maniera dei gatti, o di certi animali domestici, che torturati di tanto in tanto da bambini pestiferi nel tentativo che possano finalmente riconoscere nella macchietta scura che si allarga sullo specchio, o che al contrario rimpicciolisce fino a diventare un unico puntino nero, solamente se stessi.

V

È forse vero che Auguste quella mattina trovasse qualche difficoltà a partire con la faccia giusta ma al contempo il suo udito funzionava perfettamente. E sì che possedeva un orecchio più che sensibile dopo tanti anni di severo allenamento acustico. La finestra che dava di lato sulla veranda, cinta attorno dallo steccato basso e dal groviglio di rampicanti frammisto d’edere e buganvillee, era appena accostata e immersa in un bagno di sole. Ma da lì fuori egli riuscì chiaramente a sentire un coretto un po’ stridulo che, dopo un inizio incerto, piuttosto titubante, prese a lamentarsi in un travolgente crescendo di voci a dispetto della sua fortissima emicrania. Grandioso! Ci mancava solo questa altra seccatura. Con tutto quel che aveva da fare. Inaudito! – ripeteva fra sé. In realtà da quando si era ritirato nella sua bella casa di mattoni rosso-fumo, immersa nella verde quiete della campagna come sotto ad una coperta di lana, era la prima volta, da che ricordava, che udiva un simile cicaleccio e proprio sotto alle sue finestre. Non era mai stato un attento estimatore degli uccelli anche perché, strano a dirsi, capitava di rado che si avvicinassero a tal punto al suo rifugio da poterlo in qualche maniera interessare.

In realtà fino a quel momento avevano condotto, Auguste e gli uccelli, due esistenze parallele seppure quanto mai ravvicinate. La campagna verdeggiante era lo scenario privilegiato delle acrobazie, delle piroette, delle picchiate e planate, dei tuffi all’indietro, e d’innumerevoli altre esibizioni, o semplici passaggi, di una gran varietà di volatili. Si muovevano quasi in formazione, alla maniera del corpo alato delle frecce tricolore. E attraversavano la volta del cielo sopra quel mare colore smeraldo, inneggiando versi allegri ai quattro venti e slanciandosi in alto per poi impegnarsi a turno in improvvise accelerazioni.

Ma mai nessun solista si era avventurato nello spazio sovrastante il casolare rosso di Auguste, quasi vigesse una sorta di tacito accordo di buon vicinato con l’uomo dalla faccia tonda. Auguste, da parte sua, aveva il suo da fare per accorgersi del rispetto che l’allegra banda alata attribuiva al suo mestiere di musicista. Così seguitava indisturbato a scrivere e a sperimentare di giorno, come anche ad abbandonarsi all’incanto d’altri suoni, di voci e storie a lui familiari durante la notte Ma senza darlo troppo a vedere. Auguste adorava la frenesia delle sue notti brave. E, di conseguenza, ai suoi occhi, alla sua testa, alle sue membra il risveglio del giorno dopo era pressoché apocalittico. Puntualmente, dunque, egli atterriva la bontà del giorno con il suo umore nero.

VI

In breve, quella volta fu presto mattina. E prima ancora di recuperare a pieno la sensibilità dei suoi occhi feriti dalla fresca luce solare, l’orecchio di Auguste rivolto in direzione della finestra socchiusa che dava di lato al terrazzo percepì di colpo una singolare gamma di suoni per lo più sovrapposti e confusi e tra l’altro straordinariamente acuti. Offesi da tanto baccano, l’orecchio e Auguste si ritrovarono di colpo sull’uscio di casa. Auguste balzò di fuori come il più furente dei predatori, oltrepassando il portico ancora per metà ombreggiato e le recinzioni inghirlandate d’edera e di brina lucente, dietro il misterioso richiamo che, ad ogni altro passo, diventava più chiaro e distinto.

Ben presto si arrestò ai piedi di uno degli arbusti dai rami pieni di foglie verdi disposti lungo il viale che conduceva alla casetta rosso-fumo e vide chiaramente tre minuscole creature dal piumaggio buffamente arruffato, sporco di terra, forse dai toni scuri, che si lamentavano rumorosamente. Là vicino trovò anche quel che dovevano essere i resti di un nido e del rametto, spezzato forse da un improvviso colpo di vento, che per un po’ di tempo doveva averli ospitati. Invece non c’era traccia della madre.

Bastò un’unica occhiata alla sfortunata nidiata che tutto il suo disappunto svanì come aria. Auguste risalì verso casa, filò dritto al terrazzo assolato, e di sotto ad una bella bambolona russa sfilò con maestria da prestigiatore un cestello di vimini dall’orlo gentile e arrotondato. Poco dopo era già a cavalcioni di un ramo robusto, mentre cercava di sistemare alla meno peggio un altro ricovero tra le braccia dell’albero oramai inondato dai raggi del sole. Al nuovo domicilio unì i cocci del vecchio nido, perché – questo era il suo pensiero – gli uccelletti potessero sentirsi più a casa. Dopodiché li depose là in alto con molta cura, sollevando al cielo le dita sensibili senza fretta come se stesse eseguendo al pianoforte un pezzo di Beethoven. Ecco fatto. Tutto a posto. Soddisfatto, ora poteva tornare alle cose serie.

Difatti il resto del giorno Auguste lavorò febbrilmente. Saltò persino la pausa del pranzo. Solo all’imbrunire, quando con la solita difettosa puntualità dei musicisti la folla notturna prese a riempire a frotte l’androne e tutto il soggiorno, compreso studio e tinello, di un’infinità di pulsanti lucette, e l’intera casetta rosso-fumo riecheggiò di jazz, rock e fiumi di buon vino primitivo, finalmente Auguste spiluccò qualcosa. Per tutto il tempo egli aveva dimenticato completamente la covata. Fino all’indomani.

VII

Pee ckaakh pee ckkaaakhhh peee cckaaaaakkhhhh… Ma che diavolo?!? Che suono terribile! E andò avanti ancora per un pezzo prima che Auguste riuscisse a ricordare. Poi, come il mattino precedente, si fiondò giù per il viale dirimpetto all’alberello dove aveva rinvenuto la nidiata. D’istinto volse gli occhi assonnati in basso dove le radici sollevavano un poco la terra e riuscì a distinguere diversi rametti ancora aggrovigliati l’un con l’altro. Ma il grosso del nido era ancora al suo posto. Dunque si sporse in alto, in modo da raggiungere i pestiferi uccelletti, e con una presa ben salda tirò giù la cesta e tutto quel che conteneva.

Ora che li aveva davanti agli occhi, Auguste poteva osservarli meglio. Di certo erano affamati. Strillavano senza pudore, tanto è che non accennarono minimamente a smettere quando si ritrovarono tra le sue mani.

Tutte e tre avevano il becco nero e il corpicino vistosamente segnato di striature di colore bianco-grigio-nero, sebbene appiccicaticcio di terra e fili d’erba. All’estremità del dorso scuro ma ravvivato da splendidi riflessi metallici blu e verdi era attaccata una lunga coda nera, sottile ma elegantemente tesa, anch’essa abbellita da fluorescenze bluette. Per quanto uno solo degli uccelletti avesse la coda a macchie più verdastre che blu. Si trattava di piccole gazze che la madre con tutta probabilità aveva abbandonato. Forse le aveva perse di vista a causa del ramo spezzato e del nido andato in pezzi. Oppure, concluse Auguste, non doveva aver gradito molto la sua intrusione nella covata.

Ad ogni modo Auguste risalì indietro verso casa con la cesta fra le braccia. Superò un paio di porte e si diresse verso il tavolo, appena sotto il davanzale della solita finestra, che era anche molto vicino ad una cassapanca e al bel pianoforte a mezza coda dove egli componeva. La posò accanto ad una pila di spartiti accatastati senza troppa cura. Poi sgombrò il sedile della cassapanca ad angolo, lo tirò su e partì alla ricerca di qualche vecchio scampolo per scaldare il nido. Presso il camino, invece, recuperò alcuni rametti asciutti. Con molta attenzione accomodò alla meglio le piccole gazze e sparì di nuovo fuori l’ingresso di casa.

VIII

Pee ckaakh ppee ckkaaaakkhhh peee cckaaaaakkkhhhhhh… Incredibile a dirsi! Quel curioso cicaleccio perdurava. Vibrava nell’aria per pochi secondi. Poi cessava brevemente per riprendere il suo verso magari con qualche variazione. Ma Auguste adesso se ne compiaceva. E poco dopo si ripresentò ai loro occhietti imploranti proprio al seguito di quel richiamo. Aveva racimolato un po’ degli insetti habitué della cantina, dove riposavano le cinque botti del pimitivo. E ancora una mela, metà pera, delle foglie tenere e dai colori assortiti che Auguste sminuzzò con estrema lentezza. A essere sinceri, non avrebbe saputo fare di più di quanto stesse già facendo. Ora era là fermo e desiderava soltanto che quelle creature riprendessero un po’ le forze. Finalmente la gazza con le macchie verdognole sulla coda scura si fece coraggio. E pizzicò con il becco nero un bocconcino di quel pasto. Solo in seguito le altre due si fecero meno ciarliere e si avvicinarono a spintoni alla più temeraria fra loro. E infine tacquero del tutto per nutrirsi a dovere. Auguste guardava affascinato le code brillanti dai riflessi blu e verdastro che tagliavano con eleganza l’aria circostante quasi volessero scandire il tempo di un’allegra canzone d’operetta alla maniera di Rossini. E solo allora, per la verità, gli sovvenne la musica scarabocchiata sui tanti pentagrammi, sparpagliati alla rinfusa sopra al pianoforte aperto che lo attendeva. Allora sedette al suo sedile con lo sguardo ancora rivolto ai suoi uccelli. E nella stanza riecheggiò il seguito di Rossini che già aveva iniziato ad assaporare nei suoi pensieri. Quando i tre finirono di beccare, Auguste suonava ancora. E tacitamente presero sonno.

IX

Per un’intera settimana la casa rosso-fumo sperduta nel gran prato verde risuonò di un’altra musica. Durante il giorno le piccole gazze saltellavano come grilli per la stanza. Esploravano l’insolito territorio che le ospitava con la curiosità dei bambini alle prese con i primi passi. Spiccavano agilissimi balzi lungo i ripiani lucidi della bella libreria in struttura lamellare, composta di vari legni sovrapposti, che percorreva quasi per intero la lunghezza dello studio. Svolazzavano rumorosamente dappresso al soffitto, attirate dai magici riflessi della luce del giorno sui cristalli di grosse lampade piangenti come chiome di salici. A volte esse sostavano sullo schienale della vecchia poltrona dalla pelle morbida, e a tratti consunta, dove Auguste amava sprofondare quando non si accorgeva per tempo d’essere troppo esausto per arrivare alla camera da letto. Il sonno lo coglieva di soppiatto e gli spalancava la notte buona che lo cullava tra le braccia con la tenerezza di una madre.

Per di più sembrava anche che quell’appostamento riuscisse particolarmente simpatico alla giovane gazza dalle striature verdemare sulla bella coda lunga. Essa restava lassù a lungo muovendo ritmicamente avanti-dietro il capino nero come per annuire. Ma chissà poi a cosa annuiva Da principio si trastullava con il pomello delle tende chiare, dalla trama fittissima e dai ricami ondeggianti in pizzo, che scorrevano davanti alla porta finestra. Ma dopo un paio di beccate decideva di lasciare il campo al compatto vincitore non senza aver subito impietosamente qualche duro colpo di ritorno in testa. Allora stiracchiava le ali, s’alzava in volo con aria smarrita, ma leggera come una libellula, e dopo qualche ardita circonvoluzione atterrava senza esitazione su una spalla di Auguste, o persino sulla sua testa tonda a chiedere conforto.

Auguste stava al gioco. La prima volta l’aveva osservata quasi di nascosto con la coda dell’occhio. Era piombata giù dal bel lampadario brillante nel centro della stanza come se avesse avuto la coda fra le zampe. Dapprima la gazza aveva esitato. Ma subito dopo aveva trovato riparo sicuro sulla sua spalla. Quella volta si era trattenuta solo per breve tempo, forse per un istintivo senso di pudore. Forse voleva chiedere la sua tacita approvazione prima di addomesticarlo a fargli da spalla. In seguito le riuscì del tutto naturale. Ripeteva la sua esibizione più e più volte il giorno ma soltanto con e per Auguste. E non ci fu verso perché s’arrendesse alle lusinghe di qualcun altro. Era lui ad avere molta cura della piccola gazza. L’ometto la seguiva con occhi amorevoli ed era commovente quando essa per risposta intratteneva gli occhietti vivaci sul suo sguardo. Talvolta adoperava in aggiunta uno svariato repertorio d’altri segni che a lui oramai erano divenuti familiari, come ad esempio bei numeri compiuti con la coda e con il corpo, particolari movenze ed espressioni del capo, per non parlare delle vocalizzazioni di cui essa aveva già dato in precedenza abbondante prova. Auguste capiva che voleva rendergli a modo suo un piccolo ringraziamento per l’attenzione ricevuta.

X

Non ci volle molto che le gazze presero più di una mezza confidenza con la casetta rosso-fumo. Com’erano diventate ancora più belle e sinuose. Al risveglio sbadigliavano un poco mentre già rilucevano le piume nere ai primi raggi del timido sole. Si scuotevano energicamente dal tepore del sonno e girellavano un poco in volo prima di beccare la colazione. Ad Auguste piaceva molto osservarle mentre dormivano, o quando si dedicavano alla loro toilette con tanta cura come se fossero state prime donne. Certo, erano un po’ civette. Ma erano anche tanto affabili, e averle in giro per casa gli faceva bene al cuore.

Un giorno però parvero stranamente irrequiete. Saltellarono in giro per mensole e scaffali, esplorando dovunque, e beccando monetine, piccoli talismani, sonagli, insomma gli oggettini più invitanti e maneggevoli tra tutti, e disordinando tra l’altro il gran mucchio di pagine scritte sul pianoforte che andavano ad ingombrare la lunga tastiera d’ebano e d’avorio. Da lontano Auguste seguì impassibile quelle ripetute incursioni e gli episodi di saccheggio. Più tardi, una dietro l’altra, le gazze s’infilarono agilmente dietro la trama grezza della tenda alta e da quel momento furono inesorabilmente nascoste alla sua vista. Sicché prese a diffondersi di becco in becco un ostinato picchiettare di colpi contro i vetri, fino ad imprimervi sopra un ritmo e una rapidità tale, da scorrere a tutta birra, come un ruscello.

Auguste immaginava le testoline nere degli uccelli schiacciate dietro le finestre come nasi di bambini. Poi aggrottava la fronte, e sorrideva con occhi pieni d’inquietudine. Pensò che era venuto il momento. La vita là fuori le chiamava a gran voce. Oltre il tepore del nido che Auguste aveva preparato per loro con tanta sollecitudine. Oltre la casa dai mattoni rossi, e la veranda odorosa d’edera e buganvillee. Oltre il viale ombroso. Lì correva un sentiero di luce attraverso campi sterminati e prati verdi. Lì non sarebbero state più sole. Ogni giorno avrebbero appreso nuove cose. Avrebbero assaporato le vere gioie terrene, le incertezze, la fame, la fatica, e poi il volo, la ricerca, gli alberi frondosi, lo stormo, i tramonti… Ecco, Auguste vedeva tutte queste cose chiare nella sua mente. E come si trattasse di un altro uomo, poi, si vide impallidire, con l’animo già sgombro dalla loro presenza, scostare con un tocco leggero le tende dalla parete e…

XI

Al tramonto del sole l’ometto sedeva di fuori accanto all’uscio di casa. L’aria si rinfrescava dolcemente mentre nel cielo calavano le tenebre più solerti che avesse mai ricordato. Ogni sospiro, ogni dito di vino che sorseggiava s’accompagnavano ad un altro salto nel buio. Le cose tutte intorno perdevano i contorni. In un battere di ciglia il paesaggio circostante fu sorpreso dall’oscurità. Finalmente la notte voltava pagina ad un giorno forse un po’ triste.

Eppure… di nuovo il mattino tornò a splendere. Il lieve mormorio del vento solleticava minuscoli interstizi sulle imposte chiuse. Tutta la casa ancora dormiva. Poiché la brezza aumentava gradatamente, Auguste non fu troppo sorpreso quando di lì a poco sentì una serie di colpetti decisi alla sua sinistra, di fianco nella stanza. Qualcosa aveva, infatti, percosso e fatto vibrare ripetutamente i vetri della finestra, a tratti, con maggiore o minore forza. Auguste venne giù dall’alto come se fino a quel momento fosse rimasto lui stesso in volo, scivolò fuori dei sogni infranti della notte, e finalmente si alzò da dove era seduto. Con gli occhi stanchi e il cuore silenzioso avanzò come un fantasma nella direzione da dove proveniva il rumore. Scostò l’uscio di casa e dal fresco portico, con un guizzo, una gazza s’insinuò nella stanza con un gran fragore d’ali.

Pee ckaakh ppee ckkaaaakkhhh peee cckaaaaakkkhhhhhh… Auguste spalancò gli occhi ma non potè frenare il suo stupore. La sua magnifica gazza dal manto splendente più nero della pece, raccolte le ali ornate di striature verdemare come la lunghissima coda, si sollevò in alto fin quasi a toccare il soffitto. E continuò per qualche minuto ancora a sfrecciare, cadere all’indietro, capitombolare, ed effettuare altre incredibili acrobazie, virate e voli radenti lungo la tenda chiara appena riscaldata dal sole, e lungo tutta la lunghezza della stanza. Forse non andò proprio così, forse Auguste era così preso dall’emozione, che l’improvvisa apparizione della gazza gli toccò così dolcemente il cuore da rimanere indelebile nel suo ricordo leggera e lieve come una carezza, come in sogno.

Per lungo tempo l’uomo dalla faccetta tonda e la gazza sinuosa furono insieme nella bella casa rosso-fumo al limitare di uno sterminato oceano verdemare, dove anche i ruscelli mormoravano piano, per ascoltare la musica che fluiva da un bel pianoforte a mezza coda. Poi, una mattina la gazza semplicemente non venne. Restò lontano. Da principio Auguste si stupì di non trovarla lì al suo risveglio. La chiamò più volte, dunque, da sotto al portico. Finché capì che non sarebbe più tornata. Allora non la chiamò più Ma chiuse gli occhi e la rivide in sogno. Volava con lo stormo che strideva e sussurrava lungo i prati verdi, estranea ad ogni sforzo, come in un quieto abbandono, libera, nell’aria blu del cielo oltre la linea d’orizzonte oramai più sottile di un filo d’erba, …lontano, molto lontano da qui, eppure in lui trattenuta, nell’immagine riflessa dei suoi pensieri, dove svolazza ancora.

FINE

Marzo 1999

 

IL SEGRETO DELLA MOTO GUZZI

Arianna De Luca

 

 È una tarda mattina di gennaio. Ho dormito più del solito. Me ne accorgo solo adesso, sporgendo lo sguardo fuori la finestra. I raggi del sole mi scuotono dal torpore del sonno e dal freddo del risveglio. E dimentico per un istante che il riscaldamento non funziona. Per l’amministrazione è questo il periodo migliore per revisionare le tubature e tutto il marchingegno che ci fa stare al caldo quando fuori si gela. Altro che impianto autonomo. Mi vesto in fretta e furia e mi precipito nel viale, all'aria aperta, a godere la luce del giorno. Due Moto Guzzi lucenti bianco-azzurre della polizia municipale sono ferme sul fondo, dove il viottolo si allunga a forma di elle Le supero con passo celere, per evitare lo sguardo acuto e pungente dei due uomini che sono a cavalcioni, come i bravi di don Abbondio. E sparisco come un ladro dietro l'ombra di un consesso d'alberi di mandarino che fiancheggiano la strada, con aria sollevata e divertita per la mia ardita reminiscenza scolastica.

Ora, pensate alla sorpresa che provereste per l'improvvisa comparsa di qualcosa che da lungo tempo avevate perso di vista e che adesso, invece, si materializza davanti ai vostri occhi. La carpite appena con la coda dell'occhio ed ecco che già vi si rotola in testa, aggrappandosi a ricordi sbiaditi. Forse allora era una cosa da nulla ma chi lo direbbe adesso? D'un tratto v'afferra una strana eccitazione, e restate come allocchiti. Ebbene, è proprio quello che è successo a me… un momento fa. Perché vedete, il conto proprio non tornava. Mi mancava la Moto Guzzi, è chiaro! E neppure a farlo apposta guardo, e ne ritrovo addirittura due! Diavolo, mi sento più leggero!

[…]

Il sole cocente di agosto rischiarava di luce le verdeggianti pianure di Pomarico nella basentana. Costeggiai un viale crepitante di sassolini lucenti dopo un cancellato a striature bianco-rosse e venni avanti piano sulla sinistra alla volta del granaio, segnando qua e là la terra con il bastone che mi aveva procurato il padre di Nicola. Di lato ai grandi portali di legno spalancati come fauci per l’uscita del trattore c'era un circolo di vecchie auto di mezza età, quattro o cinque vetture risalenti alla metà del secolo, per lo più bianchicce, e coperte di polvere, terriccio, talvolta persino da paglia. Più in disparte, invece, avevo già familiarizzato con la vecchia Moto Guzzi del 1925, dal colore difficilmente riconoscibile tanto si mimetizzava bene con il fango e la sterpaglia scarmigliata che la ricoprivano a chiazze. Le mancava una ruota, era piuttosto malconcia, ammaccata in più punti, ma più la guardavo più me la immaginavo inspiegabilmente lanciata a capofitto per il campo un po’ concavo davanti alla grande quercia poco distante, oltre la strada, con Steve McQueen in sella come nel film "La grande Fuga" Per farla breve, non mi dava affatto l'impressione di un relitto. In realtà non m'interessava affatto sapere se sarebbe stata ancora in grado di correre oppure no. La guardavo e basta. E anche a distanza di tanti anni, evidentemente, come è appunto accaduto, non mi è riuscito di togliermela dagli occhi. Ma con un magico moto a ritroso ho ripercorso viali, fulgide colline, alti pendii e ponti dissestati, curvo sul manubrio, rannicchiato e stretto allo scheletro bianco della Moto Guzzi.

Arrivò dunque la notte di San Lorenzo e risalimmo in gruppo la collina dove si alzava in solitudine la grande quercia a guardare le stelle. Era buio pesto. Non un filo di luna rischiarava il fondo nero del cielo. Ma le stelle erano tante e generosissime, e scintillavano d'oro nell'oscurità, come se lassù ci fosse stata un'intera città, un’Atlantide celeste con strade, finestre, pub al neon, e locali illuminati a giorno. Che splendore! Di sotto, la città celeste si rifrangeva come in uno specchio e si dimezzava, e si moltiplicava in tanti piccoli borghi, paesi e cittadelle che Nicola nominava uno ad uno: ecco, quindi, Bernalda, di là le luci di Pisticci Scalo, più in alto, poi, Ferrandina, Montescaglioso, e poi…

A notte inoltrata l'aria umida mi spinse nell'abbraccio caldo di un buon rosso primitivo e di un morbido plaid. Restai a lungo sotto l'incanto di quella bella notte stellata cullato dai racconti di Nicola e di suo padre, e da un soffio di vento… swooooschhhhh… lieve come un sogno, che in un istante, magicamente, mi addormentò.

Poi, di colpo, un rumore assordante mi scosse per tutto il corpo e un faro giallo mi si piantò negli occhi come una folgore… Persino accecato non ebbi dubbi, ed esclamai a voce alta: la Moto Guzzi!

Un attimo dopo, non so come, discendevo rapidamente la stretta viuzza di una borgata assolata. Incredulo piombai nel bel mezzo di un corteo cittadino, con tanto di sindaco, fascia tricolore, e giunta comunale al completo oltre ad una folla di ragazzini azzimati in abiti stretti che inneggiavano alla patria, spargendo petali variopinti da ogni parte. Girai attorno alla fontana monumentale che s'alzava con fierezza al centro della piazza e poi mi fermai. Liberate le manopole dalla stretta salda delle mie mani smontai di sella al sidecar! Al sidecar?! Senza ombra di dubbio, avevo di fronte un sidecar, con il carrozzino di lato e tutto il resto, forse un po’ troppo reboante – roba di marmitta, quasi l'avessero crivellata cento colpi di fucile – ma certo un fantastico, scintillante sidecar nuovo di zecca! Faceva il suo effetto… Garantito! E si destreggiava bene nelle sue scorribande su e giù per la carreggiata melmosa e appiccicaticcia di fieno.

Ora a cavalcioni della moto correvo come un matto, come per paura d'essere inseguito. Fuggivo da qualcuno che mi tallonava senza perdermi mai di vista e solo il moto ondoso e irregolare del sidecar sul terreno accidentato confondeva a dovere il tremito febbrile che mi correva lungo la schiena e la tensione che attanagliava tutte le fibre del mio corpo. A tratti, però, nella tachicardia del motore che girava all'impazzata rallentavano invece i battiti del mio cuore.

Finalmente imboccai un viale stretto, sorvolando un gruppo di tre donne urlanti e due uomini che mi rincorsero fino a che non m'inoltrai per un'altra strada. Mi lasciai dietro ponti angusti, gruppi di case abbarbicate l'una sull'altra, e poi passanti infuriati che al mio passaggio si appiattivano come lucertole contro i muri coperti di muschio, indirizzandomi irresistibili imprecazioni. Persino davanti ai fischi e alle intimazioni di un posto di blocco che vigilava sotto l'Arco della Vittoria il sidecar acquistò intenzionalmente ancor più velocità. Ero letteralmente in volo, più veloce… sempre più veloce, sopra qualsiasi cosa! Tutto dietro la mia corsa forsennata scompariva, diventava spettrale. La fontana, il cerchio alberato della piazza, gli uomini in divisa, gli abiti malinconici e un po’ aridi nei colori delle donne, le urla, i richiami, gli spari… erano irrimediabilmente distanti e lontani. Al di là del torrente, finalmente fuori era la vita!

Il sidecar irruppe con fragore in una pianura silenziosa e fresca di brina, vi disegnò sopra una lunga e sinuosa emme e poi si fermò bruscamente sotto una enorme quercia frondosa e odorosa di cielo. Dal carrozzino stipato di sacchi di iuta e grano giallo-ocra sbucò fuori prima un sorriso entusiasta e poi, l’ovale di una ragazza dai lunghissimi capelli scuri. Pareva la lepre uscita dal cilindro di un prestigiatore. Con rapidità si stiracchiò gli arti intorpiditi, raddrizzandosi sulle gambe lunghe e sottili, piroettò davanti al manubrio della motoretta, mi baciò con slancio su una guancia, si voltò, quindi scivolò dolcemente lungo il pendio della collina dietro alla quercia. Poi scomparve. Riavviai il motore e…

 

Mi svegliai di soprassalto con il crepitio del falò che mi arrossava le orecchie. Il padre di Nicola raccontava adesso della sua motoretta del 1925 fissando talora i suoi occhi penetranti e senza ciglia nei miei ancora annebbiati dai fumi del sonno. Ebbi quasi l'impressione che quel vecchio forte e nodoso come un albero si facesse bonariamente beffe dello smarrimento e delle debolezze della mia gioventù.

L'indomani fu il giorno della mia partenza. Il padre di Nicola mi venne incontro sventolando tra le dita una vecchia foto ingiallita, di piccolo formato, con l'orlo zigrinato come quello di un francobollo. La lasciò cadere nelle mie mani, e me ne fece dono, dopodiché spalancò le braccia e mi congedò assai cordialmente ma con un sorriso divertito e colmo di mistero come di chi m'avesse giocato un tiro. Risalii lungo il viale, oltre il cancellato luccicante, e su per il campo verdemare davanti alla quercia solitaria con sullo sfondo l'abside del cielo chiaro. Poi m'arrestai di colpo, e vidi!

Non so dire quanto a lungo rimasi con gli occhi sgranati e inchiodati sulla foto ingiallita dove era impressa l'immagine spavalda del sidecar… ma non di un sidecar qualunque… perché era la stessa motoretta, proprio quella del mio sogno, e pure vidi scritto sopra il cruscotto, a lettere maiuscole intervallate da larghi spazi, "Moto Guzzi".

Taciturno ma con l'occhio sempre vigile, il vecchio aveva indovinato in me sin dalla mia prima visita in quella casa una certa attrazione verso quel pezzo della sua storia. Per un po’ di tempo, difatti, avevo frequentato assiduamente quella campagna lussureggiante, e goduto a pieno della compagnia tranquilla di quella gente che apprezzava con tanta benevolenza i sapori sanguigni della terra, e che onorava con indicibile grazia il senso dell'ospitalità. In quell'occasione egli aveva assecondato più volte il mio desiderio e la mia curiosità sulla motoretta ma in seguito i particolari dei suoi racconti così in bilico tra la realtà e l'appannaggio del passato erano scivolati via, senza che nella mia mente fosse rimasto vivo il ricordo dell'uomo che egli era stato e di quanto aveva vissuto.

Quando tornai a quella casa la distanza era ormai troppo grande. Guardavo la Moto Guzzi con occhi sempre più insensibili, e del soldato che un tempo vi aveva attraversato a cavalcioni una porzione viva della storia d'un paese sotto la morsa della guerra non v'era rimasta alcuna traccia. Non so cosa fu davvero, se la magia del fuoco o dei ricordi che ritornano quanto meno te l'aspetti, certo è che sotto il cielo stellare di San Lorenzo qualcosa suscitò la visione del sidecar, e la ritrovai nel sogno dove invece il centauro ero io, ma che in passato aveva avuto ben altra consistenza. Nell'oscurità transluminosa della notte, come per effetto di un incantesimo, avevo assaporato d'improvviso, dopo un lungo torpore, la vita che scorre, l'andirivieni del tempo che mi veniva da altri, e precisamente da quell'uomo, solenne e discreto, che con pazienza e cortesia m'aveva partecipato al suo universo. Tuttavia, quanto a lungo ero stato cieco e incapace di comprendere!

[…]

Che giornata! L'aria è ancora tiepida ma non c'è da fidarsi. È ingannevole. Dopotutto siamo in pieno inverno. Intanto proseguo la mia passeggiata e mi ritempro spirito e corpo al calore del sole. Per strada rivedo le Moto Guzzi lucenti come vasi di maiolica, e subito con la mente corro alla vecchia Moto Guzzi di Pomarico. È la legge del doppio! Ecco… Immaginatevi due rette quasi parallele. Si rincorreranno senza mai sfiorarsi così a lungo nello spazio per un tempo così vicino ad essere infinito. Magari, però, un bel giorno si troveranno ad un bivio, convergeranno in un sol punto… e paaatatraackk, il gioco sarà fatto! È sorprendente, è una legge così improbabile che però si ripete sempre, per lo meno nella mia storia. Eh sì… prendete il caso della SIMCA bordeaux di mia zia che mi scarrozzava ancora bambino per la città Quanto mi piaceva strombazzare con quel buffo clacson nero e, poi, manco a farlo apposta, mi ricompare dopo quindici anni tutta indaco, con i fari lucenti, il rombo tipico del motore e quel medesimo richiamo buffamente bassotonale, quasi emesso in sordina! E poi, le due FIAT 127, la rossa e la mora, e ancora, le due MAGGIOLINO, una bianca con la classica cappottina nera e l'altra d'argento… e così via…

E allora… Che altro dovrei dire? Funziona… tutto qui! Sarà un caso o non so spiegarmi come mai adesso mi vengono in mente solo esempi di questo genere – intendo, come auto e moto, corpi "inanimati" ma che un’anima, invece, ai miei occhi ce l’hanno. Credete che sia una tesi balorda? A me, però, una cosa così intriga. Vedete… Da qualche parte un oggetto qualunque ha attraversato più o meno lentamente parte della mia esistenza, ha messo in moto certi ingranaggi, ha relazionato con chi avevo accanto, è stato vissuto. Per farla breve ha contato tanto da irradiare altrove quel particolare momento del mio tempo! Dunque, è come se avesse proiettato un'ombra nell'altra sfera, quella quasi parallela, un "doppio" che si muove come un fuggitivo, in modo imprevedibile, che si protende nel presente ma anche lungo intersezioni con il passato e con il futuro fino a rispecchiarsi di sopra, come nell'oscurità notturna punteggiata di stelle. E ad un certo punto, al bivio, ridiventa due… due figure… due visioni ricongiunte che si mescolano, si confondono l'una con l'altra. Qualcosa si muove, passa come per osmosi da parte a parte, fluisce e rifluisce, raddoppia d'intensità e si moltiplica ad libitum. Io chiudo gli occhi e sto ad ascoltare. Sono i ricordi che tornano nel rombo prolungato di una vecchia Moto Guzzi.

 

GIACINTO, LOU REED E IL DENTISTA

   Arianna De Luca

 Giacinto risaliva frettolosamente l'ampio viale percosso dal vento gelido d'inverno. Teneva premuta la sciarpa a quadri blu e malva, e a sottili striature grigio-nere contro lo zigomo. – Proprio alla vigilia della partenza, pensava tra sé. La Convention era di là a poco, e invece di visionare la relazione e disporsi al viaggio nel migliore dei modi gli toccava correre dal dentista per il dolore che lo tormentava da giorni. Il campanello trillò cupamente sotto il suo indice. Alla porta comparve una giovane brunetta piuttosto corpulenta e dal sorriso perfetto, più bianco del bianco, circondato da un vivace rossetto vermiglio. Lo introdusse in un salottino confortevole, lindo e pulito. Giacinto sprofondò ad un lato del divano celeste. Non badò molto al tale, di fianco a lui, assorbito dalla pagina economica della Gazzetta del Mezzogiorno, prima che miss sorriso non venne a prenderlo. Poi tornò ai suoi pensieri, e attese il supplizio inevitabile. Finalmente toccò a lui. La seggiola era davvero comoda – si disse – oppure era l'antibiotico a provocargli quel senso di sonnolenza. In breve rimase letteralmente a bocca aperta, con un fascio di filamenti metallici che gli affollava la cavità orale, e impiastricciava di saliva gli angoli della bocca. Il suo boia, invece, per nulla impietosito dalla scena, lo interrogava sulla copertura antibiotica. Con la luce che gli feriva gli occhi Giacinto maledì quel commissario di polizia, e anche quello stronzo di Gino per averlo portato a vedere il film Denti con Sergio Rubini. Dopodiché, quasi per osmosi, quel dannato canino aveva preso a dolergli. E ora non restava che tirarlo via. (Ma come cazzo si chiama quel farmaco… Lou Reed, lurid…duril, no! Rulid, certo) – RULID, rigurgitò infine con sollievo. Adesso, l'unica voce che sentiva era quella del glam singer che si alzava sulle note degli U2: Satellite's gone up to the sky… things like that drive me out of my mind… I watched it for a little while… ooo… ahh… Satellite of love…