
Tra i film cult che hanno sicuramente lasciato un segno nella storia della cinematografia, occupa un posto di riguardo The Blues Brothers (1980), scritto da Dan Aykroyd e John Landis, e diretto da John Landis. A mio parere è un film decisamente unico, che sembra sottrarsi a molti degli stereotipi e dei codici del cinema americano attraverso una raffinata ironia e un magistrale avvicendamento di linguaggi sempre veicolati dal discorso filmico, in primo luogo del linguaggio musicale.
Di musica, infatti, è davvero intriso questo film. E che musica! Sia a livello diegetico, e cioè attraverso le tantissime performance di alcuni fra i migliori artisti blues di tutti i tempi, come Cab Calloway, James Brown, Ray Charles, Aretha Franklin, e poi Steve “the Colonel” Crooper, Donald “Duck” Dunn, e gli altri della band, che suonano richiamando ogni volta un pubblico diverso che spesso inizia a ballare per le strade, senza contare naturalmente la scena del concerto finale al Palace Hotel, sia a livello extradiegetico, quando cioè la musica accompagna le scene del film, sottolineando l’entrata di un personaggio, come nell’abbraccio iniziale dei due fratelli oppure in uno dei tanti rocamboleschi inseguimenti! La musica blues che percorre tutto il film è fortemente allusiva: richiama passione, leggerezza, intrigo, sia nel ritmo trascinante, sia nei contenuti ammiccanti sia nelle belle atmosfere vivacizzate dall’entrata degli ottoni, tromba, sax, trombone, che dalla ritmica di basso e batteria, oltre ai fraseggi frizzanti delle chitarre e alle note cristalline della tastiera.
È un blues molto dinamico, piuttosto influenzato dal rock – non a caso in chiusura del film la band si esibisce con grande successo per gli “ospiti” della prigione di stato con “Jailhouse rock”, che viene intonata da tutti gli artisti come nel finale di un concerto, quando arriva il momento delle presentazioni, partendo dal reverendo James Brown, Ray Charles, Aretha Franklin e proseguendo poi con il primo piano dei musicisti della banda. C’è molto divertimento, audacia, ironia nella musica, basti pensare all’introduzione di “Everybody Needs Somebody” con cui Elwood ringrazia il gentile pubblico, all’inizio del concerto, e in particolare le forze dell’ordine che hanno scelto di essere là insieme a loro. La musica chiama tutti a raccolta (“I need you, you, you…”) senza fare distinzione (“no matter who you are, and what you do to live, thrive and survive…”) perché è davvero importante avere qualcuno di speciale da prendere, baciare, di cui sentire la mancanza… oppure come in “Gimme Some Lovin’”, con la febbre che sale a ritmo di rock! Anche ritornare alla “Sweet Home Chicago” è più bello se aspetti una “baby ” mentre ti struggi d’impazienza in un blues a 4/4 perché non ti faccia fare tardi (“Come on/ oh baby don’t you gonna go/ Back to the same old place/ sweet home chicago!”), magari qualcuno con il cuore grande come una balena, e tanti sogni per la testa come “Minnie di Mootcher” oppure no (“Poor Min, poor Min, poor Minnie!”). Una musica, infine, che fa il verso al tipico genere musicale della provincia americana con il motivo di “Rawhide”. Splendida la sequenza della band che suona dietro una provvidenziale rete da pollaio che li protegge dal lancio di innumerevoli bottiglie di birra al Bobs Country Bunker, un locale frequentato esclusivamente da cowboys e cowgirls che vogliono sentire solo musica di due generi: country e western, spacciandosi per i “Good-Ole-Boys-Blues Brothers Band di Chicago”! […]